“Un Viaggio Mai Fatto”

the Story

tratto da “Intermezzi Mondani” (2019) – TBD

L’assordante fischio del capo-treno echeggiò per qualche secondo nelle mie orecchie. Il mio sguardo si perse nel grigiore della stazione che ora pareva retrocedere ai primi sussulti ritmici del vagone che iniziava la sua corsa. Una voce robotica elencò le stazioni previste del viaggio che sentii senza ascoltare.

Rory stava ascoltando la solita playlist di jazz strumentale dalle sue enormi cuffie bianche, gli occhi che si facevano sempre più piccoli. Le fissai il profilo del viso pallido, bagnato dalla luce artificiale del neon appeso sopra di noi.
Nei sedili di fianco, una signora sulla sessantina inoltrata pasticciava sullo smartphone, dietro fondi di bottiglia griffati; il maglione di velluto rossastro le cadeva elegantemente su un corpo ormai stremato e il piatto pantalone nero le si confondeva con la grossa borsa di pelle che teneva a terra, tra i piedi. Nel posto a sedere di fronte aveva appoggiato un bagaglio a mano visibilmente consumato ma ancora decoroso. Rory si voltò verso di me, distraendomi dalla signora alla mia destra, mi guardò e si girò di nuovo verso lo sporco finestrino. Con la coda dell’occhio notai la signora tirare a sé la tendina blu e coprire la vista verso l’esterno del suo finestrino.
Spostai lo sguardo più avanti: un trio di amici dai tratti asiatici stava parlottando in lingua straniera. Non azzardai a indovinare la loro provenienza, principalmente perché non avrei avuto modo di ricevere conferme ma, osservandoli, cercai un qualche minuscolo paticolare che mi avrebbe aiutato a delineare la loro terra d’origine. La musicalità delle vocali che riuscivo a distinguere tra le litanie ovattate della carrozza parevano alludere al giapponese, sebbene le uniche esperienze che abbia mai avuto con tale lingua erano stati pochi anime in lingua originale, qualche anno prima.
Nei sedili poco più avanti, la figura di un uomo sbucava dalle intercapedini tra gli schienali; la postura era eretta ma aveva gli occhi chiusi e un’espressione vuota sul volto. Il pullover verdone lasciava sbucare una camicia dalla trama colorita che stonava con il resto dell’intero vagone.
Il treno giunse, dopo circa mezzora, alla prima fermata: una consumata stazione dai contorni arrugginiti incorniciava i pochi passeggeri destinati ad accompagnarci nel viaggio. Il treno rimase fermo solo qualche secondo e ricominciò a trascinarsi verso le colline. Un signore sulla cinquantina dal completo beige si accomodò goffamente di fianco alla signora alla mia destra, estrasse un tablet dal suo zaino e accavallò le gambe, mostrando degli orribili calzini multicolore. Nessun altro occupò la miriade di posti a sedere della carrozza. Rory maneggiò un po’ con il suo cellulare e la osservai cambiare playlist ma non riuscii a intravedere su quale sfumatura di jazz decise di soffermarsi.
Il treno entrò in una galleria che sembrò infinita e dovetti combattere con la voglia di appisolarmi. Al termine del tunnel, la seconda stazione attendeva silente e addormentata; nessuno sembrò alzarsi per scendere e nessuno sembrava attendere sulla banchina per salire. Dall’opaco vetro di una caffetteria sbucava il viso di una signora in grembiule che incrociò il mio sguardo per un millisecondo. Il sole aveva smesso di essere timido da qualche minuto e ora inondava in maniera asimettrica i sedili, scaldando, forse un po’ troppo, l’ambiente.
La ninnananna delle grosse ruote metalliche ricominciò.
Rory giocherellava con il cavo delle cuffie, voltata verso il triste panorama di fabbriche e campi; sorrisi per qualche istante vedendola legarsi un dito involontariamente. Il signore dal pullover verdone e dalla camicia inguardabile era ormai appoggiato scomodamente contro il finestrino, la bocca appena aperta, in un sonno decisamente più rilassato di prima.
Non feci caso alla terza fermata del treno, in quanto perso tra la lista delle cose da fare in giornata; mi scosse solo il sobbalzo della ripartenza. Guardai l’orologio e mi stupii che fosse già passata un’ora.
Rory era ferma da un po’ e immaginavo si fosse addormentata, con la tempia appoggiata allo spigolo del sedile, il viso rivolto quasi intermante verso il finestrino. Presi un sorso d’acqua dalla bottiglia che tenevo nello zaino, nel sedile di fronte a me. Mi venne voglia di iniziare a scrivere qualcosa ma sentii gli occhi pesanti e, dopo aver scrocchiato il collo, mi sistemai più comodamente sul sedile, allungando le gambe e incrociando le braccia. Ovviamente mi addormentai in pochi secondi.
Mi risvegliai circa mezz’ora dopo, sulla spalla di Rory, che ora scorreva il feed di un social network sul telefono, le cuffie ancora in testa. Mi sorrise senza dire niente. La signora dal maglione rossastro non c’era più, così come il signore dai calzini orribili e il trio di giappo-cinesi-tailandesi. Il signore che prima dormiva ora conversava a telefono in maniera scherzosa.
La voce metallica che gracchiò dagli altoparlanti ruppe la noisoa atmosfera e ci aggiornò sulla prossima stazione, l’ultima.
Mi alzai per infilarmi la giacca e Rory fece lo stesso, togliendosi le grosse cuffie. Mi faceva male il collo, il sedere e un ginocchio.
Ci infilammo gli zaini e aspettammo che il treno si fermasse, davanti alle vecchie porte del vagone.
Scendemmo senza mai più parlare del viaggio.

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