“Stanza 101”

The Story

La vecchia porta in legno si aprì scricchiolando rumorosamente. La luce del corridoio sporcava appena la penombra della stanza mentre la mano di Michael cercava l’interruttore sul muro scorrendo con le dita lungo la ruvida carta da parati. I suoi occhi si socchiusero mentre il grosso lampadario illuminava il suo riparo per la notte, poi, con un grosso sospiro, entrò.

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La chiave fece due sonori clack all’interno della serratura prima di tornare nella tasca del giaccone che aveva ancora addosso. Arrivato al bordo del letto, alzò gli occhi e si guardò intorno per squadrare l’ambiente: un armadio alto poco meno del soffitto si ergeva vicino al minibar, sul quale stava appoggiato un piccolo televisore nero lucido. Sul comodino, a sinistra del letto, un libro, un posacenere, il telecomando del televisore e un vecchio telefono ingiallito. La finestra era nascosta da spesse tende grigiastre e sul muro adiacente, un quadro astratto rompeva la monotonia del verde pastello della carta da parati. Michael posò il suo borsone sul letto, si sfilò la giacca e la gettò dentro l’armadio. Dalla tasca dei jeans estrasse un pacchetto piuttosto rovinato di sigarette e ne accese una, mentre continuava a svuotare le altre tasche; posò il cellulare, il portafoglio e qualche foglio di carta piegato sul comodino. Prese il posacenere, si sedette sul bordo del letto, eccessivamente morbido, e sistemò il posacenere in equilibrio sulla coscia. Gli occhi di Michael fissavano l’armadio davanti a lui ma senza guardarlo veramente per poi spostarsi stanchi sul suo cellulare, immobile sul comodino. Fece ancora due lunghi tiri prima di schiacciare quello che rimaneva della sigaretta contro il vetro intonso del posacenere. Si alzò, prese il cellulare e scorse con il dito sullo schermo per sbloccarlo. Nessuna notifica. Nessun messaggio. Nessuna chiamata persa. Non che questo lo stupisse, ma l’odore di disinfettante, il silenzio e la luce giallastra di quella stanza lo facevano sentire ancora più solo di quanto già non fosse. Inoltre, non sapeva chi avrebbe dovuto cercarlo: forse tutti gli amici persi dopo il college, forse parenti, forse sconosciuti. Come se magicamente qualcuno intuisse il suo bisogno di un dialogo, anche futile, banale, convenevoli e luoghi comuni. Avrebbe potuto iniziare lui una conversazione, lo sapeva, ma ogni volta che scorreva la rubrica per cercare qualcuno con cui condividere qualche ora di chiacchiere finiva sempre per perder la voglia. Come se non bastasse, la sua esagerata timidezza gli impediva di interagire normalmente con le persone “reali”. Pensò a tutto questo mentre si stropicciava gli occhi con forza e gettava il telefono sul cuscino. Fece un altro lungo respiro, si alzò e aprì la tasca più grande del borsone, tirando la zip; tirò fuori una camicia di flanella a quadrettoni verdi e neri e la indossò sopra la maglia pensando a quanto quell’ottobre fosse diverso dal tiepido e soleggiato settembre. Si lasciò cadere di nuovo sul bordo del letto, con un braccio spinse violentemente il borsone per terra e si sdraiò sul motivo floreale del copriletto. Gli occhi si chiusero quando incrociarono il cerchio abbagliante del lampadario e Michael mostrò bandiera bianca all’esercito di pensieri che assediava le mura della sua mente: il giorno dopo avrebbe dovuto presentarsi al teatro già al mattino per montare la scenografia che gli avrebbe fatto da cornice durante il concerto. Si chiese se la chitarra, chiusa nel bagagliaio della macchina, avesse patito il freddo della notte. Ripassò silenziosamente i titoli della scaletta, quasi dimenticandosi di averla già scritta e posata sul comodino.

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