“Il Vecchio Contadino”

Ogni giorno dell’anno, tempo permettendo,
Si trascina stanco per la strada in cemento,
Dal balcone lo guardo arrivar al cancello
Che dà sul capanno ai confini del mondo.

E’ un piegato ottantenne, di guerre ne ha viste,
Col comune, dottori, nipotine un po’ vispe
E con un secchio di pane tra le mani robuste
Lo perdo tra i campi anche oggi che è festa.

Non parlammo mai, salvo forse una volta
Che gli chiesi un agnello per il pranzo di Pasqua;
Ricordo le mani sue sguainate dalle tasche
A siglar una promessa con pacche sulla spalla.

Vorrei anch’io venir anziano in quel suo modo,
Masticando le more troppo verdi del rovo
Ed aspettar la morte zappando il vigneto
Tra la parietaria incolta e qualche starnuto.

Quando non vedrò più la carriola
Cigolare tra le macchie di lavanda
Che ne sarà delle galline e della scarola
Abituate alle tue dita, alla tua vanga?

Domani han messo pioggia tutto il giorno
E sul balcone siederò sopra lo sguardo
Che forse aveva anch’egli quando qui intorno
Era tutto così vero, sporco e scarno

E aspetterò che con l’ombrello ed il mangime
Passi il vecchio come tutte le mattine
E spremerò il cervello per trovar le rime
Adeguate a descriver le sue lunghe rughe.

Vecchio di cui so soltanto il cognome
Troppo uguale a tanti di questo paese,
Non ti frega niente se ti scruto dal balcone
Dei miei trent’anni di vizi, poesie e pretese.

Odio a volte invidiarti, pure, e pensare
Che forse avresti parole più precise
E vere, pur grammaticalmente errate
Per descriver di sto buco l’intreccio di vite.

Vorrei arrivar ai tuoi anni, vecchio, e dire
Che non m’importa più, ormai, di morire.

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