“Il Disoccupato”

Sono sdraiato, senza umore, nello sconforto
Per aver corso tanti anni tra i rifiuti.
Nella testa mi ripeto che Dio è morto
Sebbene avrei bisogno che mi aiuti
A ricomporre i pezzi d’un uomo rotto
Abituato a calci, schiaffi, insulti e sputi,
Che pensa da che parte fare il riporto
E non ha nemmeno trent’anni compiuti.
Sono sdraiato ai bordi d’un paese sordo
Tra gli auguri di Pasqua degli sconosciuti
E prono al volere d’un nuovo orco
Allergico a pagare i dovuti contributi
E con l’orgoglio scalfito di Giovanna D’Arco
Riconto gli ultimi mie’ spiccioli sparuti
E su un rogo d’ingiustizia ardo,
Pane per la stampa per almeno cinque minuti.
Anche questo posto m’odia e torno
Di nuovo a sognar sogni proibiti
Ché sono uno di quei bimbi mai cresciuti
Che vorrebbe fare il re, o andar su Saturno,
Fare successo con quadri o libri vuoti
E capir come diventare un uomo vero.
Se fatti non fummo a viver come bruti
Spiegami l’impresa di trovar un lavoro

E sto sdraiato su un tappeto di maioliche
Del cesso d’un albergo, a venir cieco
Studiando al buio la satira d’Aristofane
E fingendo di capire un saggio di Eco
Per non finire come Daglis il nomade
A elemosinar svestito un qualche impiego
Stabile come le rapide in cui remo
Dal giorno del mio diploma inutile.
Sono sdraiato senza umore sui miei libri
Troppo veri per vender qualche copia,
Troppo stupidi per vecchi e bambini,
Troppo seri per ammazzar la noia.
Quando m’alzo, infine, la testa stanca,
Mi sento, come si vede, quando il cane
Senza pudore o misure s’attacca alla gamba
Per racimolare un tozzo di pane.

Photo by Alvin Decena from Pexels