“Hohensalzburg”

The Story

Salisburgo, 1541
Sotterranei della Fortezza Hohensalzburg

«Cominciavo a chiedermi se le mie indicazioni non fossero state troppo sintetiche…» iniziò la voce nel buio della cripta, accompagnando il cigolio della porta in legno malconcia. Due sagome presero forma sull’uscio illuminato solo da due grossi e deboli ceri ai lati della stanza.
«Il nauseante odore della tua colonia impregnava tutto il cunicolo: era impossibile perdersi.» disse una delle figure appena entrate, con un accento palesemente straniero.
Al fondo della fredda cripta in pietra, una sedia in legno strisciò sul pavimento ghiaioso e l’ombra di un uomo si schiariva alle tenue fiammelle delle candele: il volto si colorò di un rosa pallido, le folte ciglia aggrottate erano sospese su occhi vitrei e seri, lontani dal piccolo naso rosso e dalla bianca bocca contratta in una smorfia.

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«Nauseante…» ripeté con le labbra quasi serrate, prima di esplodere in una risata tanto genuina quanto inquietante.
«Nicholas!» echeggiò l’uomo avvicinandosi a braccia aperte.
«Philippus!» rispose l’uomo appena entrato, immergendosi nella poca luce del luogo.
Le braccia di Philippus avvolsero l’intera figura di Nicholas che, con un colpo di tosse, gli ricordò la
fragilità delle proprie membra. Philippus si trasse indietro e allungò lo sguardo verso l’altro individuo presente: il lungo vestito scuro era scolpito intorno al corpo scheletrico di una donna apparentemente sulla settantina, lo scialle violaceo cadeva senza grazia sul petto e la cuffia in seta non tratteneva tutti i capelli bianchi che brillavano nella penombra della cripta.
«Sempre un piacere vederla, mia Signora…» le sorrise Philippus con voce carica di pietà.
La donna non batté ciglio.
«Come hai trovato questo luogo?» iniziò Nicholas, crollando sulla sedia più vicina.
«Amici…» rispose Philippus estraendo quattro grosse candele da un baule polveroso. «Ma nulla di cui preoccuparsi: dopo la morte di Gustav, il fabbro, l’ultimo rimasto a conoscenza di questo posto sono io… Beh, e voi due ora.» Sorrise accendendo le candele e continuò: «Com’è andato il viaggio?»
«Uno dei peggiori.» borbottò Nicholas «Alle frontiere i cognomi non servono più e non saprei quantificare nemmeno le monete che ho dato per far chiudere un occhio agli ufficiali.» La magra signora si sedette vicino a Nicholas mentre Philipp apriva un vecchio armadio in legno e si faceva luce all’interno con una candela.
«Con che nome viaggi, questo secolo, Nicholas?» chiese Philipp dandogli le spalle.
«d’Angoulême , ovviamente…» rispose Nicholas senza trattenere nemmeno una punta di orgoglio.
«Non avrei nemmeno dovuto chiedere.» disse sorridendo il suo interlocutore, voltandosi dall’armadio e mostrando una polverosa bottiglia nelle mani. Philippus offrì ai due ospiti i lunghi e lucidi bicchieri e versò loro del profumato vino d’annata.
Nicholas annusò soddisfatto il liquido all’interno del suo calice e lo alzò a mezz’aria: «Al progresso e ai vecchi amici!». Philippus rise e continuò «Già! “Vecchi”!» e bevvero.
I bicchieri dei due uomini si posarono sul tavolo in legno mentre essi si misero ad aprire le rispettive valigie in cuoio. Entrambi fissavano seri il contenuto all’interno, immobili, in attesa. Bastò qualche secondo prima che il fragore del vetro infranto di un bicchiere risuonasse alle loro spalle, rimbalzando sulle pareti della cripta.
Nicholas si voltò e si avvicinò alla donna, che ora lo fissava a bocca semiaperta, con gli occhi spalancati dal terrore che lo imploravano in silenzio. Nicholas le si avvicinò all’orecchio, le baciò la guancia gelata e le sussurrò all’orecchio «Mi spiace, Perenelle, non abbiamo scelta.» L’uomo le posò un dito sotto il mento e attese gli ultimi battiti del cuore; con un mugolio sommesso, Perenelle si spense.
«Gli attrezzi, Philippus!»
L’uomo si avvicinò a Nicholas, con una borsa da medico e un lungo grembiule giallastro che lo copriva dal collo alle ginocchia. Nicholas si sfilò la giacca e indossò un grembiule simile.
«Portala sul tavolo.» L’uomo lo guardò aggrottando le ciglia ma Nicholas continuò «Non hai nemmeno cinquant’anni, Philip, non dovresti nemmeno metterlo in discussione.» «Quarantotto, Eccellenza, quante le debilitazioni che coltivo da anni ormai.»
Nicholas rise mentre Philippus si caricava sulle spalle il corpo della donna per poi posarlo sullo sporco tavolo in legno. Nicholas le tagliò i vestiti con una grossa lama arrugginita prima di inciderle il petto dal collo all’ombelico, con un luccicante bisturi dal manico in legno.
«Quanto ne hai messo dentro, Philip?» chiese Nicholas senza alzare gli occhi dal corpo davanti a lui. «Tre gocce»
«Come hai fatto a renderlo così efficace e veloce, dall’ultima volta?»
«Ho aggiunto una polvere portatami dalla Cornovaglia che ha dato stupefacenti risultati su arbusti e
roditori. Perenelle è stata il mio primo esperimento umano ma la dose di Arsenico all’interno avrebbe assicurato il fine ultimo, in caso di fallimento….»
«Affascinante. È rigida come una statua eppure si taglia con facilità.»
«Purtroppo non si può dire lo stesso dei muscoli.» Nicholas toccò con un mignolo la coscia di Perenelle per poi tornare a concentrarsi sul torace.
«Spero che tu ne abbia ancora, di questa polvere…»
«Non molta, ma una volta in paese potrai prendere ciò che vuoi dal mio laboratorio.»
«Grazie Philip.»
Philippus estrasse un grosso secchio dall’armadio e lo avvicinò a Nicholas, prima di andare a recuperare, sempre nello stesso armadio, una decina di barattoli in vetro.
«Sei sicuro che funzioni questa roba?» chiese Nicholas guardando il secchio con la coda dell’occhio.
«Fino ad ora i risultati sono stati impressionanti, sebbene il procedimento per un solo secchio sia a dir poco faticoso e i materiali paiono irreperibili in Austria.» rispose Philippus crogiolandosi nel vanto, con un grosso mestolo in mano
«Che composti hai utilizzato?»
«Un’apparente miscela di carbonio e ferro a me consegnatami da Marquez Guerrero, che sospetto provenire dalle Nuove Indie, polvere di ferro, argento metallico e…»
«Questi immagino siano i catalizzatori…» Lo interruppe Nicholas, guardandolo in faccia. Philippus rise e continuò «Esatto. Il meglio per ultimo no? Guerrero mi ha donato un sacchetto in tela di bacche mai catalogate, sicuramente non di origine europea: al momento sta valutando se azzardare il trasporto di un carico in Spagna e poi a Roma, a seconda del mio giudizio sull’utilità di tali bacche.»
«Che conclusioni ne hai tratto?»
«Pare che il succo estratto sia in grado di apportare vistosi miglioramenti alla salute, nonostante le gravi ripercussioni sulla vista e sullo stomaco.» Philippus vide la mano di Nicholas fermarsi nelle incisioni e quasi riuscì a leggere i suoi pensieri. «Si, Nicholas, ne ho ancora e sarebbe solo un’onore se le analizzassi in relazione alla tua cera.»
Nicholas sorrise e continuò a incidere sotto il costato di Perenelle.
«Allora…» continuò Philippus prendendo dal secchio una grossa cucchiaiata di liquido gelatinoso giallastro «…nessun miglioramento con la tua creazione?»
Nicholas sapeva a cosa si riferiva Philippus e da una parte non poteva biasimarlo.
«Devi capire che la tua malattia è nuova, perlomeno a me; nessun paziente a Parigi ha chiesto la mia
assistenza in casi simili, non sono nemmeno sicuro che ci sia ancora un nome. Ho provato con qualche ratto, con sintomi simili, a cercare una via alternativa, per non sprecare troppa cera, ma i risultati sono stati scadenti.
Credimi, Philippus, questa è l’unica soluzione che ho al momento. E lo capirai quando arriveremo a
Einsiedeln.» Nicholas si voltò e gli sorrise.
Philippus sorrise forzatamente per dimostrare la fiducia che riponeva nel Maestro e, abbassando lo sguardo, vide le mani di Nicholas che gli porgevano il cuore della donna, estratto con una precisione a lui ancora sconosciuta. Philippus lo prese delicatamente con i guanti e lo mise dentro il vasetto riempito di gelatina giallastra. I due ripetettero la scena per quasi tutti gli organi interni fino ad avere una quindicina di vasetti.
«Sei più propenso al composto di balsami o alla grezza fasciatura?» chiese Nicholas mentre Philippus
ricuciva a fatica il petto della donna.
«Credo sia indifferente: il funzionario cimiteriale con cui ho parlato ha già ricevuto direttive precise per evitare che occhi indiscreti si avvicinino alla salma.
«Spero si tratti di una persona fidata.»
«Adolf Mauterndorf, ha un grosso debito con il sottoscritto. Vista la lealtà che ha dimostrato nell’ultimo decennio, gli affiderei persino il mio laboratorio.»
«Ottimo, Philipp. Procederei comunque con un triplo strato di bende, in modo da limitare il processo di degradazione, sebbene questo tuo miscuglio indurente mi sembri qualcosa di miracoloso.»
«Siamo abituati ai miracoli, Nicholas, ma ti ringrazio.»
«La carrozza per Einsiedeln parte domani al tramonto; se non è un problema per te, vorrei assistere alla funzione funeraria con te. Ho un grosso mantello in flanella che permetterà di mantenerti in incognito per tutto il tempo. Sai già dove verrà posata la cassa?»
«Mauterndorf parlava della chiesa di San Sebastiano…»
«In una chiesa?»
«Non me ne parlare,» Philippus cominciò a ridere di gusto mentre iniziava a bendare le gambe di Perenelle «sarebbe quasi meglio un rogo.»
Nicholas riempì una carriola con i vasetti in vetro utilizzati e coprì il tutto con una grossa coperta di tessuto nero.
«Come trasportiamo il corpo alla fine del tunnel?» chiese Nicholas osservando la stupenda fasciatura che Philippus stava ultimando.
«Maestro, questo tavolo ha le ruote, sarà un gioco da ragazzi farlo arrivare all’aria aperta.»
«E a quel punto? Ho visto che il muro meridionale non dista molto dall’entrata del cunicolo. So anche che le misure di sicurezza della Hohensalzburg sono aumentate negli ultimi anni.»
«Dovremmo infatti aspettare il cambio di vedetta, tra qualche ora, per consegnare il corpo ad Adolf.
Avremo dieci minuti. Ma, in ogni caso, non è il primo cadavere che faccio uscire di qui. Anche se forse sarà l’ultimo.» Philippus guardò il suo collega, sorrise amaramente e continuò «Almeno per qualche anno.»
Nicholas gli mise una mano sulla spalla e si avviò per sciacquare i suoi utensili medici.
La carrozza viaggiava a passo svelto sulla strada dissestata che portava fuori da Salisburgo. Philip stringeva sulle cosce la sua valigia in cuoio e osservava il groviglio di alberi arrossato dal tramonto, la mente persa nei pensieri.
«Credevo si presentasse più gente, al funerale.» iniziò Nicholas per distogliere il collega dal turbinio di preoccupazione che lo avvolgeva.
«Sai meglio di me come viene guardato uno di noi, al giorno d’oggi. Ci reputano ciarlatani, visionari, sotto gli stregoni nella catena alimentare.»
«Il tuo lavoro come medico è sempre stato eccellente, amico mio, e in tanti anni, le tue teorie sono state le uniche che hanno soffiato sul focolare del mio interesse.»
Philippus si voltò sorridendo per incrociare il volto di Nicholas che ricambiava con aria serena.
«Chi è il cocchiere?» chiese Philippus.
«Mattheus Scholl, un vecchio amico di penna di Perenelle.»
Philippus sospirò e cambio argomento repentinamente, quasi per esorcizzare tutte le ansie che gli
premevano sul torace.
«Quanto sei sicuro di quello che faremo a Einsiedeln, Nicholas?»
«Le parole non quantificano abbastanza. Te lo posso dimostrare una volta arrivati: so che sei in possesso di molte nozioni a me ancora sconosciute – appunti, formule e ricette – che non necessito sapere al momento. Anzi, forse si, solo tu sai quanto vorrei sapere tutto quello che sai tu, ma per dimostrarti che stai facendo la cosa giusta, ho bisogno che tu faccia sparire quello che non so.»
«Non capisco, Maestro.»
«Una volta a Einsiedeln avremo una settimana di tempo per preparare la vasca e in quei giorni voglio che memorizzi più nozioni possibili, tutti i tuoi risultati importanti che ancora non mi hai confidato e che bruci i tuoi appunti.»
Philippus lo fissò a bocca semiaperta, il respiro spezzato.
«Passeranno anni, allora, prima che venga a riprenderti,» continuò Nicholas «che spenderò nell’esigenza di guarirti e di intingere di nuovo il mio secchio nel pozzo della tua conoscenza.»
«Io…»
«No, Philippus, sei troppo importante per lasciarti marcire come un uomo qualunque nei sotterranei di una chiesa, con il cervello in pasto ai vermi: se la mia cera non fosse imperfetta a questo punto saresti di nuovo un giovinotto desideroso di farmi da braccio destro a Parigi ma queste maledette epidemie d’oltreoceano sono infernali…» I pugni di Nicholas si strinsero fino a diventare bianchi come il latte; Philippus gli strinse l’avambraccio. «Una proprietà ultraterrena su tre è più di quanto abbia mai pensato possibile, Eccellenza.»
«Ultraterrena quanto te, Philippus, lo sai bene.» Nicholas sorrise e riacquistò colorito sulle nocche.
«Dunque,» continuò Philippus intriso di nuova fede «Dove sarà diretta la mia vasca?»
«Kiruna, nel Regno di Svezia.»
«Ottima scelta. Hai già preso precauzioni con la frontiera?»
«Astrid Bergman, la figlia di un giardiniere della corte di Re Gustavo, lavora come ufficiale al varco fin dall’indipendenza. Ho avuto modo di prestare servizio a molti dei suoi familiari – e coniugi – assicurandomi un lasciapassare. Negli ultimi anni ha dimostrato fedeltà durante ogni mio viaggio di ricognizione.»
«La tua ragnatela di persone fidate non vede confine, Nicholas.» rise Philippus prima di tossire
vigorosamente contro la manica del cappotto.
«Sono sicuro che funzionerà.» aggiunse Nicholas, quasi chiamato in causa dai colpi di tosse del collega.
«Già Ippocrate vide il potenziale del ghiaccio sul corpo umano e pure…»
«Non devi vendermi la tua scienza, Nicholas.» disse Philippus mentre si asciugava i bordi della bocca
ridendo «Mi fido di te.»
«La “nostra” scienza.»
Il cocchiere si fermò nei pressi di Walserberg, alla locanda Kaspar. Nicholas e Philippus fecero a turno per dormire, per tenere un paio di occhi posati costantemente sui loro pesanti e preziosi bagagli.
Alle prime luci del mattino, i cavalli ripresero a tirare la carrozza in direzione del confine svizzero.

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