“Fulham Road”

The Story

Catherine Scout era sempre l’ultima a lasciare l’edificio: aveva il compito di controllare se, a fine giornata, tutti i computer degli impiegati fossero stati utilizzati correttamente e se il programma di controllo dati avesse riscontrato qualche anomalia. In quest’ultimo caso avrebbe dovuto risolvere l’inconveniente prima di poter mettere in stand-by l’intero centro operativo.

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I suoi occhi stanchi fissavano la barra di avanzamento del programma di controllo e si ritrovò già a pensare alla cena che avrebbe consumato nel giro di mezzora. L’inconfodibile beep di approvazione del programma fu subito seguito dal rumore della sua sedia che indietreggiò; prese dalla scrivania la sua borsa e il mazzo di chiavi che teneva in un piattino di fianco allo schermo, si alzò, prese il cappotto appeso all’attaccapanni vicino alla porta e uscì nel corridoio. Arrivata al grande portone di vetro d’entrata, digitò un lungo numero sulla tastiera nella parete a destra del portone, attese qualche secondo prima di udire un sonoro rumore metallico provenire dalla zona degli uffici e uscì dall’edificio. Chiuse con una chiave il portone in vetro e con un’altra chiave più piccola, azionò l’antifurto dalla serratura vicino al numero civico.

Catherine trasse un lungo respiro e si avviò verso casa.

Erano le sette ormai e cominciava a essere fin troppo buio e freddo per i suoi gusti. Non che avesse paura ma era sempre stata abituata a vivere in luoghi caldi tutto l’anno prima di essere trasferita in quel paese sempre grigio e piovoso.

Inoltre, in quelle strade, la vita sembrava fermarsi dopo le cinque del pomeriggio: Catherine camminava da sola, accompagnata dal battere dei suoi tacchi, tra negozi chiusi e lampioni indecisi se rimanere accesi o arrendersi al buio. L’aria fredda della sera la costrinse a infilarsi il cappotto.

Giunta dopo il parco giochi, imboccò Fulham Road, una lunga via piastrellata che brulicava di negozi, artisti di strada e persone comuni. Perlomeno, al mattino. Catherine davanti a lei vedeva solo una lunga strada di piastrelle bagnate abitata da un senzatetto accovacciato con la testa tra le ginocchia. Lo vedeva ogni sera e ogni sera si chiedeva se fosse ancora vivo, se forse sarebbe stata una cosa sensata o gentile offrirgli una moneta per destarlo. Nonostante la sua costante promessa di farlo, anche quella sera Catherine continuò per la sua strada, senza degnare la figura rannicchiata di uno sguardo.

La sua mente stava ripercorrendo la lista di cose da fare il giorno dopo e quasi odiava il fatto di ritrovarsi a pensare al lavoro anche dopo una lunga giornata dentro l’ufficio.

Un sibilo acuto la distolse dai suoi pensieri facendola voltare istintivamente verso il senzatetto appena superato.

Ma non lo vide.

I suoi occhi scorrevano lungo tutte le serrande chiuse dei negozi che aveva appena superato e, mentre da una parte capì che il senzatetto sicuramente non era morto, dall’altra la inquietò il fatto di non riuscire più a scorgere l’ombra scura che qualche secondo prima giaceva immobile e ora era scomparsa senza il minimo rumore. A parte il fischio che l’aveva costretta a voltarsi.

Catherine si disse di non preoccuparsi: probabilmente aveva deciso di trovare un altro posto più riparato per la notte e si voltò.

Lui era lì.

A pochi centimetri dal viso di Catherine che perse il respiro, fece un balzo indietro senza riuscire a soffocare completamente un urlo di sgomento; semi paralizzata dallo spavento fissò per pochi secondi la figura davanti a lei tracciandone un profilo veloce e sfocato prima di mettere rapidamente la mano dentro la borsa. L’uomo davanti a lei fischiò e scomparve e Catherine si ritrovò a puntare la sua pistola contro il vuoto.

Ci volle qualche minuto prima che il respiro di Catherine tornasse gestibile e che le sue mani smettessero di tremare intorno al calcio dell’arma.

“Devo sbrigarmi…” pensò e si mise a correre, seppur limitata dalle scarpe coi tacchi. Arrivata alla fine di Fulham Road, con la pistola stretta nella mano destra, guardò a destra e fissò per qualche secondo la finestra del suo appartamento che spuntava per metà due isolati più avanti. Catherine si avviò verso sinistra, verso una buia strada di asfalto rovinato e dopo pochi passi si infilò sotto un porticato ventoso. Decise di rimettere l’arma nella borsa e si aprì il cappotto, con una mano estrasse la collana con il ciondolo che teneva sotto la camicetta e lo fissò qualche secondo: il ciondolo era un piccolo orologio di oro, senza numeri nel quadrante ma con cinque lancette nere rifinite in argento che stavano ferme, ognuna in una posizione diversa. Catherine fece un altro profondo respiro e poi fece una piccola pressione con il pollice sul vetro del quadrante; le lancette vibrarono e cominciarono a muoversi tutte verso la stessa direzione per poi fermarsi sul punto dove di solito si troverebbe il 7. Pochi secondi dopo, tutte e cinque le lancette tornarono ognuna in una posizione diversa.

Catherine rifece lo stesso procedimento ancora una volta e l’orologio si comportò nella stessa maniera. La donna cercò di controllare un breve scatto d’ira e, digrignando i denti, rimise l’orologio dentro la camicetta e si voltò verso il muro del porticato.

Estrasse una penna dalla taschina frontale della camicetta e battè sul muro tre volte.

Passarono tre secondi di silenzio prima che un mattone cominciasse a scorrere verso l’interno del muro, lasciando spazio a due occhi azzurri che ora scrutavano Catherine per nulla sorpresi.

<< Agente Scout, domande? >>

<< Solo trentasei. >> Rispose Catherine richiudendosi il cappotto mentre il muro davanti a lei cominciava ad abbassarsi fino a entrare interamente nel pavimento del porticato lasciando un’apertura larga come una normalissima porta. Catherine entrò e il muro iniziò a salire di nuovo per poi tornare un tuttuno con la parete del porticato.

La sentinella Horser guardò Catherine schiaffeggiarsi via la polvere dal cappotto e disse <<È sempre un piacere vederla agente Scout, era un bel pò che…>>

<<Perdonami Jeff ma non ho tempo stasera.>> Lo congedò Catherine senza guardarlo e avviandosi lungo il vicolo buio in cui era appena entrata.

<<Oh, d’accordo…>> disse Horser tornando a sedersi sulla vecchia sedia in metallo e riprendendo in mano il giornale che aveva appoggiato per terra.

Catherine fece solo una cinquantina di metri e si fermò. I suoi occhi fissavano il pavimento polveroso di quella stradina mentre un rumore di passi cresceva echeggiando nella penombra.

Catherine alzò lo sguardo e intravide una figura camminare verso di lei a passo deciso. Catherine si mise sull’attenti e il volto dell’uomo uscì dalla foschia della sera.

<<Capitano Moor, signore.>> disse Catherine con lo sguardo fisso negli occhi dell’uomo davanti a lei.

<<Agente Scout, a cosa devo la visita?>> disse il capitano flemmatico e serio.

<<Sono arrivati fino qua…>> rispose Catherine con la voce tremante.

Il capitano continuava a fissarla dall’alto del suo metro e novanta, lo sguardo gelido e il volto privo di espressione.

<<Agente Scout, >> esordì poi il capitano Moor <<è sicura di quello che dice?>>

<<Assolutamente signor capitano.>>

<<È impossibile. È troppo presto, agente Scout, non siamo ancora..>>

<<So cosa ho visto, signor capitano!>>

Il capitano fece un passo verso Catherine che ora respirava affannosamente mentre gli occhi trattenevano a stento qualche lacrima.

<<Agente Scout, la voglio tra dieci minuti nel mio ufficio. Se ha ragione, allora non abbiamo più molto tempo.>>

<<Ma…numero diciassette deve ancora iniziare!>>

<<Lo so.>> disse il capitano voltandosi.

<<Capitano…>>disse Catherine senza saper bene come continuare la frase.

<<Pupille?>> le chiese il capitano dandole le spalle e allontanandosi.

<<Nessuna…>> rispose l’agente Scout abbassando lo sguardo.

<<Si cambi in fretta e mi raggiunga.>>

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