Esperimenti

The Story

Il plotone Nord segnalò il via libera con il fumogeno verde, sebbene l’assenza
di esplosioni e urla nei dieci minuti precedenti non avesse fatto preoccupare il plotone
Ovest che ora, dopo il bengala colorato, si sarebbe apprestato a stringere verso il costone
della montagna per raggiungere i compagni. Visibile nel cielo, parzialmente coperto dai
rami e da qualche sbuffo di vapore, il dirigibile direttivo del comandante Thelir
illuminava, con il grosso faro, il punto d’incontro.

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Le reclute Richard Denkins e Kar Morony stavano procedendo a passo svelto in ultima
fila; il morale disteso dell’intero plotone era percepibile dalle conversazioni che i soldati
intrattenevano mentre si facevano largo tra la boscaglia. Non per assenza di
zelo,chiaramente, ma per l’ovvia mancanza di pericoli che la zona offriva.
“Il comandante aveva parlato di nomadi armati, nella Wasteland. Dove sarebbero?”
chiese ad alta voce a sé stesso, Morony.
“Di sicuro non in questo bosco abbandonato dagli dèi…” rispose Denkins mentre
calciava volontariamente i sassi che incontrava sul cammino.
“Anche se sbucassero all’improvviso, ragazzi, siamo quattro plotoni di soldati che
provengono da tutte le direzioni, coperti di strati su strati di cuoio e ferro, guidati da un
cazzo di mostro meccanico invincibile!” aggiunse la recluta Veek sorridendo e indicando il
loro superiore, il sergente Durg.
Durg era, in effetti, un “mostro meccanico”: durante una rivolta, quattordici
anni prima, in un combattimento in mischia voltato a suo sfavore, aveva perso entrambe le
braccia; riuscì a divincolarsi dal gruppo di rivoltosi che, vedendolo giacere congelato dal
terrore in una pozza cremisi, lo abbandonò per spingere la seconda linea dello
sbarramento. Durg venne soccorso dal capitano del comando aereo, precipitato qualche
secondo prima della mutilazione di Durg ma sopravvissuto per miracolo. Il capitano
Smokh esplose un colpo di bengala nero verso la seconda fila dello sbarramento, ad
altezza ginocchia; a quel segnale, una salva di frecce piovve sui rivoltosi confusi dalla
nube nera che non notarono il carro a vapore dei soccorsi sgommare verso Durg e il
capitano Smokh.
Durg fu uno dei primi pazienti a entrare nel centro di recupero del dottor
Plummet: un laboratorio/ospedale sotterraneo che sperimentava medicine non
convenzionali, trattamenti di recupero ultra rapidi e sostegno ai malati tramite macchinari
di invenzione dello stesso dottor Plummet e del suo team di ingegneri. Dopo due settimane
di coma indotto chimicamente in cui Durg venne tenuto in vita dal gioiellino del dottor
Plummet, una macchina che pompava aria nei polmoni tramite un meccanismo a stantuffi
e pistoni, venne svegliato dalla squadra di psichiatri e terapeuti che lo aiutarono con il
recupero fisico e mentale: a Durg vennero impiantate due braccia completamente
artificiali, collegate con sfere in bronzo alle ossa della spalla, corredate di un barometro e
un termometro per il controllo di routine e funzionanti unicamente tramite gli impulsi
nervosi provenienti dal cervello ancora perfettamente funzionante di Durg. Tuttavia, dal
giorno della tragica guerriglia, non riuscì più a pronunciare una parola e spesso lo sguardo
vuoto e i ricordi del dolore prendevano il sopravvento. Fu per questo che, una volta
nominato sergente dall’Alto Comando Imperiale, venne indirizzato all’addestramento e
all’accompagnamento delle reclute nelle prime “facili” missioni sul campo.
“Vedo il plotone Nord!” urlò Veek. Il faro del dirigibile illuminava le quattro
file di reclute dell’altro plotone, ferme sull’attenti che attendevano i rinforzi dal lato
occidentale. Dopo qualche minuto, quando furono riunite, le truppe assistettero all’arrivo
del plotone Sud e del plotone Est.
Il dirigibile del comandante Thelir cominciò a scendere verso le reclute e i quattro sergenti a capo dei plotoni.
Non appena i manovratori si assicurarono della stabilità delle due grosse àncore
che costringevano il dirigibile vicino al suolo, il portellone posteriore del piccolo ponte
passeggeri si aprì di scatto e sbattè rumorosamente contrò i terreno sassoso. Dalla nuvola
di polvere che avvolgeva la passerella emerse il comandante Thelir, scortato da almeno
quattro ufficiali. Vicino a Thelir, un uomo più basso, senza divisa e dal passo frenetico,
voltava la testa da una parte all’altra come fosse appena atterrato in nuovo mondo. Thelir e
l’uomo basso si fermarono a fine passerella a dialogare con i supervisori dell’operazione –
Gurd era solito rimanere qualche passo più indietro ma lo sguardo faceva capire che
assimilava ogni parola detta – a un centinaio di metri dal gruppo di reclute.
“Quello è Jurgen Hovenberg…” disse la recluta Gollier del plotone Sud “…uno
psicopatico con grandi idee, a quanto pare. Pare che abbia aiutato Plummet con i suoi
esperimenti fino alla sua morte e poi si sia creato un suo laboratorio per continuare le
ricerche dell’altro…”
“Hovenberg non è quello che si è fatto due anni di carcere?” intervenne Veek. “Sì, per la
storia dei topi, no?” continuò Jorael. Gollier scrollò le spalle come se non gli importasse la
questione e aggiunse “Stà di fatto che è tanto pazzo quanto geniale e chissà perché lo
hanno fatto venire fin qui.”
Jurgen Hovenberg, spettinato e con grossi occhialoni neri, applaudì rapidamente
dopo un cenno di Thelir, come se gli avessero promesso un sacchetto di caramelle se si
fosse comportato bene; prese con una mano il binocolo che teneva appeso al collo e
cominciò a camminare lentamente mentre osservava il costone della montagna alla loro
sinistra.

Thelir e i quattro sergenti supervisori raggiunsero le reclute e diedero istruzioni
sul proseguimento della missione: un intero plotone sarebbe rimasto nei pressi del
dirigibile, uno si sarebbe sparso verso ovest, a scacchiera, dove la foresta inizia a farsi più
fitta, uno avrebbe circondato l’area di “entrata” della montagna e uno avrebbe seguito il
dottor Hovenberg e Thelir fin dentro.
Tante informazioni tra quelle date erano nuove per le reclute che erano state
tenute all’oscuro dello scopo della missione. Hovenberg era fermo davanti alla parete
verticale della montagna, l’orecchio appoggiato alla roccia chiara. Mentre i due plotoni per
la sorveglianza più esterna partivano con i rispettivi sergenti, il plotone Ovest di Durg si
avvicinò alla montagna e il plotone Nord, scelto per il supporto ravvicinato al comandante
e al dottore, attendeva ordini a pochi passi dai due. Hovenberg si girò verso Thelir con un
terrificante sorriso che metteva in mostra tanti denti appuntiti, come se avesse avuto tre
paia di canini. Thelir fece un cenno al sergente Yann, del plotone di Nord. Questo, un
armadio corazzato di più di cento chili per due metri, estrasse il lungo fucile dalla fondina
che teneva appesa alla schiena e, dopo aver tolto la sicura con un colpo di polso, sparò
verso la parete rocciosa, in uno sbuffo di fumo nero e scoppiettante. Tutte le reclute dei
plotoni Nord e Ovest fecero un passo indietro. La sonora e irritante risata di Hovenberg era
accompagata dal rotolare di alcuni grossi massi, dietro una coltre biancastra di polvere che

il vento mischiava agli ultimi ruscelli neri del fucile del sergente Yann.

Quando la visuale tornò limpida, Denkins vide la figura del dottor Hovenberg
sparire dentro la cavità esageratamente ampia creata dallo sparo precedente e il plotone
Nord che lentamente, sotto la guida di Yann e Thelir, avanzava verso questa. Morony si
voltò prima verso Durg e, dopo averlo visto impassibile, sull’attenti, osservare dalla parte
opposta della caverna appena creata, si diresse a Denkins: “Ecco, ora sono curioso di
sapere cosa diavolo hanno fatto. Cos’era una porta di roccia?”. Denkins lo fissò per un
istante mentre, come Durg, si voltava verso la fitta foresta di quell’angolo di Wasteland.
“Sono sicuro che lo sapremo tra poco, Kar.” gli rispose, vedendo con la coda dell’occhio
che Morony stava ancora fissando la montagna; gli diede un calcio sullo stinco per farlo
voltare.

La foresta davanti ai loro occhi era un fitto labirinto di tronchi alti e sottili, con
rami appuntiti e con poche foglie che tagliavano orizzontalmente la visuale per perdersi
nell’ombra dopo un centinaio di metri. Ai piedi della montagna si trovava l’apparentemente
unica zona pianeggiante e senza arbusti nel raggio di qualche chilometro – un’area
talmente comoda per il proseguimento della missione che sembrava essere stata creata
artificialmente. Denkins fissava la boscaglia e pensava che, se un tempo quella caverna
fosse stata utilizzata, non sarebbe poi così stupido pensare che questa zona pianeggiante,
dove pure il dirigibile è riuscito ad attraccare, sia una creazione artificiale. D’altro canto, la
parete rocciosa che Yann aveva fatto saltare con un colpo di fucile senza nemmeno mirare
pareva essere un tutt’uno con il resto del monte. Quanto tempo era stata chiusa quella
porta? E perché creare una porta così scomoda da usare nel caso nascondesse qualcosa
all’interno? C’era forse anche un'”entrata di servizio”? Magari dall’altro lato della
montagna. O la caverna sarebbe dovuta rimanere chiusa per sempre?

Denkins non aveva informazioni e cercò di placare la sua innata curiosità
ricordando a sè stesso di essere parte di un plotone militare e di avere una missione: tornò
a osservare i rami della foresta, stringendo gli occhi in concentrazione. Morony, alla sua
destra, stava fissando nella sua stessa direzione ma gli occhi fissi e privi di espressione
lasciavano trapelare l’idea che stesse pensando ai fatti suoi, forse ancora allo sparo di
Yann. Eppure, non erano passati neanche tre giorni dall’ultima volta che lo stesso Morony
aveva subito una ramanzina dallo stesso Thelir per il suo comportamento eccessivamente
entusiasta nel campo addestramento: durante le prove per la missione in corso, Morony era
riuscitò a ferire un suo compagno del plotone Ovest con un colpo di fucile alla spalla,
convinto fosse una sagoma di cartone che fuoriusciva da un cespuglio, ed aveva ridotto in
frantumi la teca dei coltelli quando, per esultare della riuscita della missione prova, si era
messo a saltellare sopra uno dei banchi vetrati, in fondo al cortile d’addestramento.
Morony, dopo essere stato nell’ufficio del comandante Thelir, raccontò le
parole di rimprovero alle altre reclute, con il sorriso in faccia, come se fosse convinto di
essere stato semplicemente sgridato dalla madre per non aver raccolto i giocattoli prima di
andare a letto. Eppure Thelir, secondo Denkins, era una delle persone più terrificanti che
avesse mai incontrato: era un cinquantenne alto quasi un metro e ottanta ma che, con gli
stivali militari addosso, pareva un gigante, i capelli schiacciati sulla testa, corti ai lati e
sempre lucidi. L’espressione seria e severa era la sua caratteristica principale: nessuna
aveva mai raccontato di averlo visto sorridere. Eppure trasmetteva calma. Rigore,
disciplina, severità, certo. Ma anche calma; spesso si era presentato sul campo
d’addestramento per veloci ricognizioni conoscitive, sebbene dalla finestra del suo studio si potesse osservare tutto quello che succedeva nel cortile, e nessuno era mai incappato in
espressioni di sdegno o rimprovero da parte del comandante. Girava voce che lui fosse
quello “buono” tra tutti gli ufficiali e che avesse subito qualche trauma che gli aveva fatto
perdere la capacità di sorridere. Denkins pensò che tutte le dicerie hanno una minima base
di verità. Ripensandoci, Morony non aveva mai descritto la faccia o i gesti del comandante
Thelir quando venne rimproverato, qualche giorno prima, e un mero resoconto delle
parole, estratte dall’espressività del corpo, può essere interpretato diversamente da ogni
singola recluta.

Denkins venne distratto dai suoi pensieri quando vide Morony voltarsi verso la
montagna. Al rumore di passi in lontananza, quelli del plotone Nord, anche Denkins ebbe
la tentazione di voltarsi e chiedere informazioni; ma non lo fece. Aspettò prima di segnale
di Durg e solo in quel momento abbandonò la sua posizione per aggregarsi al gruppo di
reclute Nord. In pochi secondi giunsero anche gli altri due plotoni. Thelir, Hovenberg e i
quattro sergenti si riunirono in disparte e dopo nemmeno un minuto si divisero di nuovo.
Thelir, gli ufficiali di scorta e Hovenberg si diressero verso il dirigibile mentre Denkins e
le reclute di tutti i plotoni ricevettero l’ordine di tornare alla base, sotto la supervisione di
tre dei sergenti – Yann era salito sul dirigibile all’ultimo momento.

Denkins, mischiato alle reclute del Nord, cercava di origliare da due file più
indietro, la descrizione che facevano della caverna ma tutto quello che udì non lo soddisfò:
“…ed era solo un gigantesco fottuto buco buio e freddo…”
“Dubito”, pensò Denkins.

Photo by Lindeboom Jean-Bapt on Pexels.com

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