“Commutazioni Esplicite”

tratto da “La Sostenibile Pesantezza dell’Avere” (2014)Quattro

Quel giorno il postino riuscì ad arrivare all mia porta nonostante i tredici pitbull affamati, il
fossato colmo di porcodrilli (mutazioni genetiche semi-blasfeme) e le mine antiuomo sparse
in ordine casuale davanti allo zerbino.
Suonò il campanello due volte, come da consuetudine.
Arrivai alla porta trattenendo l’impulso di sfracellargli il cranio con la lupara.

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Mi porse una busta con ghigno malefico e poi lo vidi scomparire in una voragine nel terreno
tra fiamme e puzza di zolfo.
Mi sedetti pensando a dove avessi riposto il cappio in corda.
Aprii la busta e lessi.
Dovevo pagare, stranamente, una tassa.
Da poco avevo acquistato un maneggio per i miei pantaloni con cavallo basso, e ora
l’agenzia di riscossione del settore necessitava di pagamenti arretrati.
Sapete, equinitalia.
Presi il cappotto e uscii per andare a saldare subito il conto nel più vicino ufficio postale: il
che significava mezz’ora di pulman e due giorni di cavallo se non c’era traffico nelle miniere
di Moria.
Arrivai alla fermata del bus, ossia un palo con un quadretto presentante gli orari, una
pensilina probabilmente in ethernet, una panchina in legno e qualche ciuffo di parietaria
che sbucava dall’asfalto.
Il bus passava una volta ogni mezzora e come di logica il prossimo era previsto in 22
minuti.
Cercai di leggere gli orari tra le scritte a pennarello indelebile ma scoprii solo che “Mario
ama Kikka un kasino e mezzo”.
Mi sedetti e dopo qualche secondo arrivò una signora accaldata che guardò il suo orologio,
la corsia delle macchine da dove sarebbe dovuto arrivare il bus e poi guardò l’altra, magari
nel dubbio che il pullman facesse i suoi trenta chilometri contromano.
Il solo pensiero mi scosse ma non accantonai l’idea. Guardò me come per cercare di capire
perchè stessi aspettando il bus.
Poi mi chiese “Sta aspettando il pullman?”
La guardai un attimo per vedere se veramente parlasse con me.
A quanto pare parlava con me.
No, cretina, sto seduto qui perchè le sedie si sono estinte e il fatto che io abbia un
biglietto del bus in mano è una casualità. –
“Si si…”
“E’ già passato il 2?”
Ora dico, ma se passa un solo autobus, io lo sto aspettando e sono ancora qui, non ti
viene in mente che probabilmente non sia ancora passato?
No sa, mi stava sulle palle quell’autista, prende le curve strette, e patisco quando guida lui.
Meglio stare qui ad aspettare sprecando un’altra ora della mia breve vita a fissare i
passanti che ricambiano lo sguardo come per dire “…che sfigato che prende il pullman…”. –
Mi alzai fingendo di scrivere al cellulare per chiudere la conversazione al limite del reale
che aveva instaurato quell’essere anonimo.
Dopo pochi minuti arrivarono dei ragazzi, quindicenni o giù di lì con lo zaino in spalla,
probabilmente appena usciti da scuola.
Uno di essi teneva il cellulare in mano con la musica alzata a manetta. Il che non sembrava dar loro fastidio visto che comunque parlavano lo stesso tra di loro.
Però ad alta voce.
E grazie al cazzo.
Se fermassi quella canzone (che sembra il verso di un grillo in acido che si ingroppa una
cicala) magari riuscireste a parlare come persone normali. Probabilmente sono convinti
che ci sia una specie di cappa fonoassorbente che li avvolge.
Non saprei.
Mi allontanai di qualche passo cercando di creare mentalmente qualche bestemmia
originale per scaricare la tensione.
La signora che era arrivata poco dopo di me, sembrava non sentire niente. Probabilmente
aveva impostato al minimo il suo apparecchio uditivo. “Bastarda fortunata”, pensai.
Che cazzo mi sono comprato un iPod a fare se poi lo lascio attaccato a caricare al pc 24
ore al giorno?
Poi guardai l’ora e notai che mancavano ancora dodici minuti.
Controllai l’ora esatta usando il web sul cellulare per ulteriori conferme.
No.
Mi diceva che mancavano 14 minuti.
Speravo che l’autista avesse il mio orologio.
Avrei risparmiato due minuti.
Per un attimo pensai che la signora fosse morta perchè rimaneva immobile a fissare un
edificio di fronte alla fermata dell’autobus.
Poi la vidi balbettare qualcosa.
Forse era solo posseduta da un demone pigro. Pensai di chiamare un taxi.
Poi mi venne subito in mente che già avrei dovuto pagare una bolletta e magari sarebbe
stato più utile arrivare a fine mese.
C’era il nulla nei dintorni.
Non potevo nemmeno andarmi a prendere un caffè.
Stavo sclerando.
Cercavo oggetti appuntiti in terra per ferirmi a morte e far passare il fatto come se fosse
colpa della signora.
Giusto per renderle gli ultimi anni più interessanti in una squallida prigione
Non trovai niente.
Allora pensai di scaricare un’applicazione che facesse esplodere il cellulare dei
bimbiminkia o qualcosa che facesse il richiamo del metallaro affamato in modo che li
potesse sbranare inneggiando a Satana.
Il mio piccolo cervello malato non poteva reggere di più.
Ormai mancava qualche minuto all’arrivo del pullman e la canzone dei bimbiminkia non
aveva smesso da 18 minuti.
Ormai tenevo pure il tempo con il piede.
Maledetti.
Poi, come un miraggio, come la seconda venuta di Gesù, apparì il pullman da dietro la
curva.
Si avvicinò con la velocità di un camaleonte addormentato.
La signora tenne il braccio teso quasi volesse fermare il veicolo con la sola forza dei
polpastrelli allenati dal punto croce.
Secondo me ce l’avrebbe fatta.
L’autobus si fermò; la signora sarebbe riuscita a entrare anche con le porte chiuse tanta
era la sua voglia di salire e accaparrarsi uno degli ultimi posti liberi.
I pischelli tamarri mi superarono facendo finta di niente e li odiai come si può odiare solo
un’attacco fulmineo di diarrea durante un’esame di maturità.
Guardai l’interno del bus che probabilmente aveva più anni della signora: un’orda di altri
bimbiminkia stava muovendo il cranio puntuto al ritmo di sei o sette canzoni di tecno
minimale a massimo volume.
Tutte all’unisono.
La mia testa avrebbe retto meglio nel reattore di un aereo.
Davanti, invece, una compagnia di una dozzina di anziani che bestemmiavano con
tranquillità e confrontavano le proprie verruche degli arti.
No.
Rimasi giù e chiamai il taxi.
Fanculo.

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