“Parcheggiamenti Infartuanti”

tratto da “Come Se Non Fosse Successo Niente” (2011) – Capitolo 14 – TBD

Dopo 11 minuti di macchina arrivammo nell’enorme piazza dell’aeroporto.
Il parcheggio si apriva sulla sinistra, vuoto come un gazebo di Peppa Pig alla convention dei fumetti. Mi avvicinai alla sbarra automatica dell’ingresso del parcheggio.
“Che fai?”

La sua voce ruppe quel silenzio paradisiaco che aveva accompagnato l’ultima decina di minuti nel quale forse dormii guidando.
“Parcheggio. Mi sembrava piuttosto chiaro…”
“Non metterla qui che costa, e poi siamo lontani dall’entrata…”
“Beh ma tanto…”
“Cosa?”
“Niente.”
Feci retromarcia. Come potevo: un trolley rosa shock che spuntava dal bagagliaio mi impediva la visuale.
“Cerca un posto libero vicino all’entrata.”
Senza farle notare che quei posti erano riservati a taxi e autobus navetta mi appropinquai lentamente verso le enormi porte automatiche dell’aeroporto, fingendo di cercare un posto libero e sussurrando abbastanza forte da farle capire cosa dicevo “taxi….taxi….bus….handicap….taxi….”
“Mettila lì”
Mi indicò un rettangolo deforme quasi completamente sbiadito al fondo della lunga fila di posti riservati ai taxi; cominciando a credere che fosse solo una bozza fatta col gessetto dal disegnatore di parcheggi, mi avvicinai considerando interessante l’opzione di fingere un attacco cardiaco e scappare mentre lei usciva per cercare aiuto.
“Non so se posso metterla qui…” dissi semi-deciso.
“Perchè? Non vedo cartelli che lo vietino.”
Effettivamente non c’erano cartelli, segnali o colori che avrebbero potuto vietare il parcheggio e in caso di rimozione forzata durante il periodo vacanziero, al ritorno avrei potuto appellarmi al fatto che pareva un parcheggio legittimo.
Così parcheggiai, mi stirai, staccai l’autoradio e la misi sotto il sedile, tolsi le chiavi e uscii assaporando l’aria fresca velata di smog e di rumori meccanici di sottofondo provenienti dall’area aeroportuale.
Lei controllò in borsa. Non so cosa, forse se aveva preso anche il rossetto del colore giusto per entrare in aeroporto o se nella sua borsa senza fondo ci fosse anche un bloccavolante per evitare furti.
So solo che ci mise due minuti più di me per uscire dalla portiera.
Aprii il bagagliaio, sofferente nell’immaginarmi la vista che mi avrebbe accolto.
“Non mi ricordavo così tante valigie dieci minuti fa..:” dissi senza guardarla.
“Non fare lo scemo. Prendi il trolley azzurro e entriamo a fare il check-in. Il resto lo prendiamo dopo.”
Prendiamo. Come se lei fosse uscita per venire ad aiutarmi a portare dentro gli altri nove armadi su rotelle. Chissà se la scienza è molto lontana dall’inventare realmente le capsule miniaturizzanti che vedevo in DragonBall.
Presi il trolley e chiusi il bagagliaio.
“Cosa fai?”
“Ho preso il trolley.”
“Ti ho detto azzurro.”
“Eh. Cos’è rosso questo?”
“Quello è blu.”
“Oh, madonna.”
Aprii di nuovo il bagagliaio. Il trolley azzurro era incastrato in fondo.
“Legge di Murphy” pensai a voce alta.
“Come?” mi chiese mentre controllava in borsa.
“Niente…”
Mi misi a tirare fuori alcuni dei trolley per liberare quello che mi serviva. Probabilmente in alcuni erano stati messi dei mattoni o incudini. Si, doveva essere per forza così. Pensai di chiederglielo, sarcastico, ma poi mi ricordai di amare troppo la vita.
Tirai fuori il trolley azzurro, rimisi tutti gli altri dentro e chiusi il bagagliaio.
“Andiamo.” dissi convinto, superandola camminando trascinando il bagaglio con le rotelle cigolanti.
“Ma dove vai?”
“Ora non dirmi che ho sbagliato eh.”
“Il trolley ti ho detto.”
Guardai il bagaglio, azzurro, probabilmente più pesante di me, con le rotelle. Doveva essere quello.
“Quello è il carrellino per portare la spesa.”
“Ma allora non c’è il trolley azzurro dentro!!!”
Lei mi fissò per due interminabili secondi, gelidamente.
“Nei sedili dietro.”
La fissai.
“Amore… mi sa che mi sta venendo un attacco cardiaco.”

Photo by Torsten Dettlaff from Pexels

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