“Riapparizioni Agghiaccianti”

tratto da “Come Se Non Fosse Successo Niente” (2011) – Capitolo 8 – TBD

La mattinata in ufficio trascorse nella monotonia agonizzante di un qualunque venerdì che ti fa sospettare che qualcuno, ogni ora, sposti indietro di mezz’ora le lancette dell’orologio.

Le pause caffè invece terminavano prima che il caffè avesse finito di riempire il primo bicchierino.
Sentivo su di me gli occhi di compassione dei colleghi alla notizia che sarei dovuto partire per le ferie con mia moglie.
Cercavo di sdrammatizzare evidenziando gli aspetti positivi ma non riuscivo a trovare il primo e bloccava l’intero discorso.
Prima della fine del turno, arrivò al mio cubicolo il capo che mi disse che se per caso avessi voluto tornare qualche giorno prima dalle ferie non ci sarebbe stato problema.
Probabilmente ha una moglie, pensai.
Lo ringraziai e nella mia testa incominciò una triste melodia al piano.
Poi mi resi conto che non era nella mia testa ma Joe, dell’ufficio contabiltà, mi stava dedicando una nenia malinconica con empatia e consolazione, suonando la tastiera virtuale del suo pc.
Lo ringraziai consigliandogli di non prendere mai ferie. Lui me lo promise.
La giornata lavorativa terminò e, mentre nella mia testa cercavo di pensare a quale mezzo prendere per tornare a casa, il mio corpo faticava ad alzarsi dalla sedia dell’ufficio facendomi chiedere il perchè mai avrei dovuto alzarmi e tornare a casa.
Realizzai pochi secondi dopo che in ogni caso sarebbe stato meglio evitare una sfuriata di mia moglie sul ritardo nella sera prima della partenza.
In balia degli eventi, uscii dall’edificio e mi diressi verso un taxi.
Eh, lo so, ma di solito i tassisti non parlano e certe volte non mi scoccia pagare un pò di più per assicurarmi tranquillità nel viaggio di ritorno.
“Un pò di più” significa che prima di salire, il tassista controlla le mie possibilità finanziarie e al massimo ipoteca la mia casa.
Una volta partiti, il mio sguardo si perse nella confusione di luci al neon e fari che rimbalzavano appannati e deboli tra i raggi ancora forti del sole della sera.
La fronte appoggiata al finestrino, gli occhi vacui e fissi, le mani giunte in un’involontaria preghiera.
Credo che se io stesso mi fossi visto da fuori mi sarei controllato il polso per sicurezza.
Il tassista non disse niente per tutto il viaggio e lo stimai.
Poi pensai che anche se avesse detto qualcosa, probabilmente non lo avrei sentito.
Mi svegliai dal coma quando un brivido mi percorse la schiena fino al cervelletto, culminando con un principio di emicrania. Il mio settimo senso era sapere riconoscere l’aura agitata di mia moglie.
(Il sesto era saper rinconoscerne il periodo mestruale; sono cose che gli esseri umani maschili apprendono per istinto, dopo un certo tempo, quasi per autodifesa. Gran cosa la natura).
Dopo aver pagato il tassista con delle azioni e una pistola del 1400 proveniente da un museo di contrabbando, mi avviai verso la mia dimora, presagendo quel sapore di nervosismo e colpa che mi pervade appena varco la soglia.
Cercai con lo sguardo Virgilio, per farmi accompagnare per la casa. Niente.
Forse l’ha già costretto a decidere quali vestiti usare il giorno dopo per il viaggio in aereo. Povero Virgilio.
Una volta vicino alla porta di casa mi sebrò di sentire lo spostamento d’aria all’interno che solo The Mask o una donna indaffarata potevano creare.
Sperai che ci fosse The Mask.
Infilai le chiavi nella toppa e tutto all’interno si fermò. L’aria si fece silenziosa e si sentirono solo oggetti ricadere a terra dopo il tornado.
Ormai avevo infilato le chiavi e nonostante la mia mano facesse opposizione, mi vidi costretto ad aprire avendo già ormai rivelato la mia presenza.
Aprii la porta.
Un vento caldo mi pervase costringendomi a socchiudere gli occhi, i quali cominciarono ad analizzare l’ambiente circostante per cerchiarne metaforicamente le aree di pericolo.
Una lucidatrice era rovesciata in terra, fumante. Di fianco, una scopa elettrica e uno spazzolone.
I pesci rossi del mio acquario stavano cercando di chiudere con la sabbia l’unica entrata/uscita dell’anfora che giaceva sul fondo.
Sul divano, una valigia aperta, vuota, circondata da righelli, un goniometro e il cadavere di Stephen Hawking.
Lo sguardo poi mi cadde sul tavolo ed ebbi paura.
Pile di abiti che raggiungevano i cinquanta centimetri occupavano metà del ripiano mentre l’altra parte era colma di oggettistica, bijoux, apparecchi elettronici ed elettrici, libri e riviste, snacks e trucchi, migliaia di trucchi. Probabilmente avrei potuto aprire una profumeria e campare di rendita per almeno dieci anni senza comprare ulteriori trucchi e/o gioielli.
Ma poi mi chiesi dove fosse Lei.
Non mi ero ancora mosso dalla soglia e cercai tra gli angoli della casa di notare la sua figura, magari un movimento, il freddo cadaverico della sua anima infernale, non so, qualcosa che mi facesse ricondurre a lei.
La porta alle mie spalle si chiuse.
Un sussurro mi entrò nella testa e compose un “Ciao” come unghie su una lavagna, paralizzandomi.
Sentii aria fredda vicino alla schiena e mi accorsi che una mano si era posata sulla mia spalla.
Con la minima pressione riuscì a farmi voltare.
Era come temevo.
Ricordo solo….
[Continua]

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