“Insalate Biodiversificate”

tratto da “Come Se Non Fosse Successo Niente” (2011) – Capitolo 9 – TBD

“Meglio questo? O meglio questo? Il rosso? Che dici? Forse il giallo?”
“Ma…”
“Meglio questo vero?” Mi chiede senza guardarmi, tenendo un vestito lungo a fiori con la mano destra, con l’altra riusciva a tenere almeno cinque vestiti senza nemmeno spiegazzarli. Sapevo che comunque la mia opinione a riguardo era relativa.

Avevo due opzioni comunque.
La prima era rispondere “Ma cosa te ne frega! Abbiamo già fatto recapitare l’intero tuo guardaroba in hotel e per questo non riesco nemmeno a capacitarmi di come tu possa essere in possesso di altri vestiti che peraltro non ho mai visto! Mettine uno qualsiasi e finiamola qui.”
Un giorno risponderò così. Ma per ora sono ancora troppo attaccato alla vita.
La seconda opzione, quella consigliata è “Questo ti sta molto bene…” detto senza indicare niente in quanto la sua decisione fatta a prescindere le rivolgerà spontaneamente lo sguardo sul vestito da lei scelto senza nemmeno saperlo.
Mentre lei giaceva in uno stato di coma apparente nel quale si intuisce che sta solo elencando a mente i possibili abbinamenti di scarpe, fiocco per capelli, cappello, bigiotteria, borsa e orecchini, mi venne la voglia di sedarla.
La sera passò fin troppo lentamente per i miei gusti.
Anzi proprio il gusto ne risentì.
Siccome lei era rimasta tutto il pomeriggio incastrata nel riempire l’ennesimo bagaglio con vestiti che forse ha cucito lei stessa nella prima mattinata, non c’era niente da mettere sotto i denti.
“Ma non c’è niente da mangiare?” Le chiesi dalla cucina.
“Guarda in frigo, ci sarà ancora un pò di insalata di riso di mia mamma…” Mi rispose quasi scazzata.
Sapevo che non comprendeva il fatto che io potessi nutrirmi dato che come ogni essere della sua natura, tutti i sensi e le priorità naturali, in quel momento, vengono azzerate e accantonate per lasciare che la parte del cervello dedita all’organizzazione di cose da fare e oggetti sia l’unica area attiva.
Aprii il frigo. Il primo piano era vuoto. Il secondo mostrava una grossa ciotola in ceramica ricoperta da uno strato di pellicola ormai floscia e umida.
Il terzo piano era vuoto. Il quarto piano mi offriva mezzo limone (o almeno credo) e un barattolo di marmellata chiuso male dentro il quale potevo intravedere ombre grigiastre e pelose che non erano di buon auspicio.
Presi la ciotola con la pellicola che faticò a uscire dal frigo come per dirmi che ormai si era fatta una vita lì dentro.
Con due dita tolsi la pellicola da sopra e vidi il contenuto. Per un attimo pensai che fosse un esperimento di fai da te o arte contemporanea, magari copiato in fretta e furia da una trashmissione su Real Time. Poi, smuovendone la superficie con un cucchiaio in legno mi accorsi che forse, e dico forse, una volta quella era un’insalata di riso.
“Ma amore ma tutte le altre cose da mangiare?” Le chiesi urlando dalla cucina.
“Sono nel termos per domani, da portare via! Ma è possibile che non ti ricordi niente? Ma perche? Non ti piace l’insalata di riso di mia mamma? Ora glielo dici tu poi la prossima volta che viene a stirarti le camicie che non ti piaceva! Che lei ci mette tanto impegno! Che già bada a mio padre! Mangiati il limone se vuoi!”
La sua voce scemava in un rumore di fondo mentre i miei occhi si sforzavano di capire se gli ingredienti utilizzati probabilmente nel lontano 1800 fossero tutti commestibili.
“Questo sarà un cappero…” pensavo a voce bassa.
“Questa…patata? Boh.”
A volte sembrava che alcuni pezzi di “cibo” cercassero di evitare il mio cucchiaio.
“Questo ortaggio forse è estinto da molto… questa è una carota. Blu, ma è una carota….”
Il mio stomaco ruggiva nonostante la vista della pietanza avrebbe fatto vomitare il gabbiano che rovista nei bidoni davanti a casa.
Decisi di provare comunque con una cucchiaiata.
Il riso non era in chicchi. Era in purea. Che poi magari l’aveva fatto così dall’inizio.
Non glielo chiesi per evitare un altro monologo su quanto indiscreto e maleducato sono a fare certe domande screanzate.
Presi una cucchiaiata dal fondo convinto che lo spesso strato croccante in superficie avesse fatto da tappo contro lo scorrere del tempo nell’ultimo secolo.
La consistenza era quella del pongo. Il colore pure.
Mi avvicinai il cucchiaio alla bocca guardando da un’altra parte.
Al contatto del “cibo” col palato sentii frizzare.
Gusto di Schweppes e spazzatura.
Lasciai macerare in bocca la pietanza cercando di mandarla giù senza toccarla con la lingua.
Poi deglutii.
“Amore…. mi porti del Brioschi? o..un digest..ivo…”
“Ma come? Ma li ho appena messi nel termos e chiusi con la combinazione! Ma lo sai che devo preparare per domani? Vuoi dirmi che non ti piace? Ma vedi che ingrato? E lui vuole il Brioschi che ho appena tolto!
“Ma porc…”

Photo by rawpixel.com from Pexels

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