“Dondolamenti Ferroviari”

tratto da “Come Se Non Fosse Successo Niente” (2011) – Capitolo 7 – TBD

Quel giorno decisi di andare a lavorare in treno dato che con il pullman non avevo avuto belle esperienze, per il taxi non ero sicuro mi avrebbero concesso un mutuo e la macchina era in dotazione al mio geometra, ad un esperto di tetris e a mia moglie che la dovevano preparare per partire con tutte le valigie da portarci.

Mi avviai, dopo aver lasciato il bar, verso la stazione con venti minuti di anticipo sulla tabella di marcia. Conoscevo l’ambiente dei treni dai tempi dell’università e sapevo che non sarebbe cambiato niente.
L’edificio fatiscente mi si prostrò nella visuale come un nuvolone nero in una mattina di agosto presagendo tutto tranne serenità.
Entrai salendo le “nuove” scale dove mi sembrò di scorgere la firma del duce incisa su un gradino.
Davanti agli sportelli dei bigliettai la coda era infinita.
Niente di particolare quindi.
Mi accorsi che le mie gambe si mossero automaticamente verso la macchinetta automatica.
Beh, comunque avevo fatto pratica all’aeroporto.
La schermata mi faceva scegliere tra varie bandiere di paesi. Per non complicarmi la giornata e considerato che avevo solo un caffè in circolo scelsi l’italiano.
Poi avrei dovuto digitare la stazione di arrivo.
Qua sorgeva il primo problema. Il touchscreen di quell’apparecchio prebellico non è ciò che di più preciso si possa creare dato che premendo lo schermo sulla “G” mi veniva calcolata la “L”.
Dopo solo qualche minuto imparai a posizionare le dita nella sequenza corretta e tirai un sospiro di sollievo quando si caricò la schermata successiva.
La coda dai bigliettai intanto arrivava giù per le scale.
La schermata seguente mi indicava l’elenco di possibili treni da prendere per giungere a destinazione. Scelsi il primo della lista per non arrivare in ufficio con sei ore di ritardo.
L’immagine successiva mi informava solo del prezzo e mi faceva scegliere prima o seconda classe.
40 chilometri prima classe quasi dodici euro.
Probabilmente le poltrone erano placcate in oro e pulviscolo di valore mi si sarebbe incollato alla schiena e al sedere rendendomi un uomo più ricco dal punto di vista monetario.
Scelsi la seconda classe, ma solo perchè il scintillio dell’oro sui vestiti avrebbe confuso ulteriormente sulla mia sessualità.
Non per altro eh.
Seconda classe, quasi cinque euro. Onesto. Quasi mi conveniva fare l’abbonamento annuale per un viaggio solo.
Ma va beh. Tralasciai le implicazioni economiche della scelta del treno (comunque più conveniente di macchina e taxi) e proseguii con la scelta.
La coda per i bigliettai ora arrivava fuori città.
Una schermata successiva mi chiedeva di confermare e poi di fare una donazione per qualche istituto di cui non avevo mai sentito parlare.
Considerando che donavo già l’8 x mille alla chiesa per aver perso una scommessa con mia nonna la quale a sua volta aveva perso una partita a strip poker con il parroco del paese, il 5 x mille alla ricerca contro il cancro e il 4 x mille alla ricerca contro il sagittario, decisi che per questa volta non avrei donato niente. Mi giurai di lasciare il resto della seconda colazione ad un senzatetto.
Confermai l’operazione e mi chiese di introdurre il bancomat, la carta di credito o i contanti.
Scelsi il bancomat.
L’apparecchio mi sputò la carta: non seppi mai se fosse perchè era una tecnologia che negli anni dieci non conoscevano ancora o perchè avevo il conto talmente in rosso che stava assumendo gradazioni di colore ancora sconosciute agli esperti di banca.
Mi vidi costretto a scegliere contanti.
Resto massimo dieci euro.
Io avevo i quattro euro del resto della prima colazione e venti euro. Dopo un rapido calcolo capii che non avevo alternative. O perdere dieci euro o niente.
Non pago dodici o venti euro per un cazzo di biglietto del treno.
Mi avviai verso il binario del mio treno dando un’occhiata anche alla coda dai bigliettai. Pensai se ci fosse un modo per prenderlo dallo sportello senza essere linciato e passare davanti a tutti ma poi vidi che a metà della coda (almeno della coda visibile a occhio nudo) c’era anche un gruppo di harleysti piuttosto nervosi che sorseggiavano Jack Daniel’s e uno di loro mi stava fissando.
Capii che aveva idea di quello che stavo pensando e lo vidi confabulare con gli altri del gruppo.
Forse era solo la mia immaginazione ma nel dubbio mi misi a camminare veloce verso il binario senza voltarmi e pregando qualche santo protettore dei non paganti il biglietto.
Salii le scale per giungere nei pressi del treno già pronto a partire.
Mi diedi un pizzicotto per vedere se fosse reale e tangibile. Lo era.
Solo dopo mi spiegarono che era il treno delle 22:40 in ritardo dal giorno prima ma poco importava.
Salii guardandomi intorno per cercare lo sguardo del controllore e magari riuscire a fare il biglietto a bordo senza maggiorazione del prezzo.
Mi sentivo comunque in colpa a non pagare il biglietto.
Almeno fino a quando non mi sedetti.
L’odore di chiuso e ferro vecchio stagnava da qualche decennio e la monotonalità pervadeva ogni centimetro cubo di quello che dovrebbe essere un vagone ma che da dentro avrebbe solo potuto apparire come l’autopsia di un relitto del medioevo.
I pochi fortunati che avevano il biglietto o l’abbonamento oppure avevano deciso di viaggiare senza biglietto, erano sparsi in modo casuale sui sedili visibilmente sporchi.
Alcuni leggevano il giornale interessati.
Poi vidi che leggevano il Giornale, quindi o erano analfabeti e guardavano le figure o era solo scena per apparire intelligenti.
Alcuni invece ascoltavano musica con le cuffiette trastullandosi sul loro fighissimo tablet di ultima generazione. Allungai lo sguardo e misi a fuoco per sbirciarne lo schermo. Il Giornale.
Eh No! Ma dove cazzo sono finito?
Quasi mi vergognavo a tirare fuori il mio libro di Dan Brown e mi ritrovai a pensare se mi avessero considerato un comunista. Magari l’avrebbero interpretata come forma di manifestazione volgare. Non so. Ma quando il signore del sedile di fronte a me posò il giornale e mi fissò gli chiesi “posso?” e mi feci dare il giornale. Il Giornale.
Beh almeno capii che come testi comici avevo un degno rivale.
Una voce gracchiante, dopo l’annuncio di dodici treni in ritardo con un tono sereno quasi fosse motivo di giubilo un numero così basso di disagi, annunciò il mio treno in partenza.
Gli occhi di molti si accesero di speranza e guardarono l’orologio quasi fosse un rituale.
Non volevo mancare di rispetto a quella combriccola di stramboidi mattinieri e chiesi l’ora al mio vicino possessore del Giornale che stavo leggendo. Mi rispose qualcosa come sette e mezza o giù di lì. Non che mi importasse molto. Era giusto per sembrare uno di loro.
Il treno poi si mosse.
Lo stesso movimento di quando mia zia sessantenne cerca di mettere in moto la vecchia Panda, come se sul pedale della frizione ci fossero carboni ardenti, producendo uno strattone che agiva sui nervi del collo indipendetemente dalla posizione in cui eri seduto.
Ogni tanto, quando sono a casa e mi sento tirare il collo, so che da qualche parte mia zia ha acceso la macchina.
Dopo pochi istantui, il rumore delle rotaie sotto i miei piedi facevano da macabra ninna nanna. I miei occhi si chiudevano a metà mentre la mia testa faceva l’eco della discussione in spagnolo di una tizia poco più avanti che trovava la forza di gridare al telefono anche al mattino. O forse non aveva smesso per tutta la notte.
Ogni volta che il treno si fermava ad una stazione, allungavo lo sguardo per cercare il controllore al di fuori e magari raggiungerlo per poi fare il biglietto. D’altronde se mi avesse trovato seduto e senza biglietto non avrei potuto avanzare la scusa che lo stavo cercando. Ero seduto.
Poi quando diedi un’altra occhiata intorno al degrado che aleggiava come un angelo custode sulla nicchia di lamiere e acciaio, mi balenò il pensiero che avrebbero dovuto pagarmi loro per viaggiare. Magari si sarebbero potute scoprire malattie cutanee ancora sconosciute dovute al contatto della pelle umana con la lordura del sedile.
Un grande aiuto per la scienza.
Lo scarafaggio seduto al mio fianco mi fece l’occhiolino.
Poi mi squillò il celllulare e vidi il nome di mia moglie lampeggiare e svegliare mezzo vagone con la suoneria di Waka Waka di Shakira.
“Pronto?” esordii con voce roca e quasi sottovoce.
“Ciao, ascolta, posso far sostare momentaneamente un paio di persone qui nel tinello?”
“Scusa? E perchè??”
“Pare che stiano aspettando di fare il biglietto dallo sportello della stazione…”

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